Speciale 11 Settembre, a cura di Francesco Bacchieri – Per non dimenticare

11 settembre 2001, il giorno in cui l’America si scoprì fragile.

A vent’ anni da una delle date più ricordate dalla storia, non possiamo esimerci dal commentare l’evento terroristico che più ha colpito e sconvolto l’opinione pubblica del pianeta. Un evento vissuto da tutti “in presa diretta”, tali e tante sono state le immagini riprese da ogni angolatura di quella tragica e tersa mattina americana, quando lo Stato con la forza militare più potente del mondo assoluto si dimostrò incredibilmente indifeso e fragile, tanto da subire inerme attacchi mortali, portati al cuore del Paese da comuni aerei da trasporto civile.
Molte le frasi fatte a ricordare l’evento, tante (senz’altro troppe) le illazioni, le teorie complottiste, le amenità su una tragedia costata la vita a 2977 persone innocenti, con oltre 6.000 feriti e almeno un altro migliaio di deceduti per gli effetti collaterali dei miasmi e dell’inquinamento ambientale generato dal crollo di due degli edifici più grandi mai costruiti dall’uomo.<br>I fatti sono noti a tutti. Diciannove giovanissimi terroristi kamikaze indottrinati da Al Qaida e dal leader fondamentalista Bin Laden, appresi rudimenti di pilotaggio civile nelle accademie americane, divisi in quattro gruppi, s’impossessarono di altrettanti aerei di linea in partenza da Boston e Washington DC con l’intento di usarli come missili contro i simboli del potere economico, politico e militare degli States. L’agghiacciante piano riuscì perfettamente, eccezion fatta per l’ultimo dei bersagli (con tutta probabilità il Parlamento Americano) che essendo affidato all’United 93, l’ultimo dei quattro aerei dirottati, giunta ormai anche ai suoi stessi passeggeri la notizia di quanto accaduto agli altri voli, non arrivò mai a compimento dell’azione terroristica, in quanto eroicamente neutralizzata da chi scelse di morire, provando a salvarsi, piuttosto che rassegnarsi ad una fine certa e orribile e causa di ancor più grandi perdite di vite umane.
Il crollo inesorabile delle Twin Towers a Lower Manhattan, disfattesi come un castello di carte solo un paio d’ore dopo l’esplosione causata dagli impatti con i boeing 767 stracolmi di kerosene, rappresentò per molti la fine di un’epoca e il vero inizio storico del terzo millennio.
“Nulla sarà più come prima” si diceva allora, ma quelle affermazioni oggi risultano molto meno roboanti alla luce di quello che è realmente accaduto dopo. Si pensi solo che a vent’anni da quei fatti l’Afghanistan (terra di Al Qaida, Bin Laden e del fondamentalismo) in mano ai Talebani era ed in mano ai Talebani resta, nonostante guerre miliardarie e decine di migliaia di morti fra militari e civili di ogni nazionalità, fino all’ultimo attentato dell’Isis consumatosi sanguinosamente proprio a una settimana dall’evacuazione totale delle truppe americane da Kabul.
Aldilà della vendetta consumata dall’Amministrazione Bush prima e Obama poi contro i veri e i presunti colpevoli di quegli attentati, con le mastodontiche operazioni militari in Afghanistan e Iraq (che aveva sì un terribile e sanguinoso regime dittatoriale, ma che negli attentati dell’11 settembre non aveva avuto alcun ruolo) e all’eliminazione fisica dei due grandi nemici dell’America quali Saddam Hussein e Osama Bin Laden, tutto è cambiato in modo gattopardesco affinché tutto rimanesse esattamente come allora. La democrazia rimane un sogno inesportabile (soprattutto con la forza) in Medio Oriente, così come rimangono lesi come e più di prima i diritti umani in generale e quelli delle donne in particolare, così come altrettanto altissimo rimane negli USA e nel mondo il rischio di attentati terroristici della stessa matrice e della stessa imprevedibilità di quelli del martedì nero di New York e Washington. Non solo le guerre non sono servite a nulla, ma a nulla sono servite le peacekeeping missions, se non a buttare al vento risorse economiche (oltre che tante altre vite umane) che, da sole, probabilmente avrebbero azzerato la fame nel mondo. Hanno portato sicuramente una temporanea pacificazione delle aree occupate, ma esacerbando gli animi e generando pericolose istanze di rivalse in chi ha continuato, come abbiamo visto a Kabul e a Bagdad, a coltivare sentimenti di odio e di inimicizia verso l’America e tutto il mondo occidentale.
Cosa ci ha insegnato quell’episodio a distanza di vent’anni e cosa dobbiamo allora commemorare di quell’11 settembre del 2001?
Essenzialmente ci ha insegnato che, se esiste gente che nel terzo millennio arriva ad odiarci tanto da sacrificare in tal modo la propria giovane vita per ucciderci in maniera tanto efferata e crudele, togliendoci ogni certezza d’immunità – laddove credevamo di essere inviolabili – vuol dire che come popolo del “mondo occidentale” qualche domanda dobbiamo porcela, qualche sbaglio dobbiamo averlo fatto. Se non arriveremo a farla, tutti insieme, questa autocritica, allora quei morti saranno davvero morti invano.
Ma soprattutto dobbiamo rendere omaggio alle vittime di quello scellerato gesto. In quel giorno, in quel luogo, non morirono degli americani, ma morirono delle persone che appartenevano ed appartengono all’umanità tutta, che ci rappresentano tutti. Donne, uomini, vecchi e bambini, ricchi e poveri, occidentali e orientali, senza alcuna distinzione di pelle e religione. Scorrendo i nomi delle 2977 vittime scolpite ai bordi delle due vasche commemorative al Memorial Park del World Trader Center ogni nazionalità è presente, ogni censo e ogni razza è rappresentata. Il terrorismo quel giorno ha colpito alla cieca e in modo verticale gli stati sociali, proprio come, e non solo metaforicamente, in un grattacielo. Chiunque di noi poteva essere uno di loro e per questo, forse, quella tragedia rimane una tragedia che ci riguarda molto più da vicino di quanto non si pensi.
Per chiudere è doveroso soffermarsi sullo straordinario coraggio e sull’autentico eroismo dei pompieri (ma anche degli agenti di polizia, dei militari, dei volontari) di New York. Sapendo di andare incontro a morte certa, 343 uomini donarono la propria vita per salvare quella degli altri. L’immagine dell’11 settembre più rappresentativa è sicuramente quella di un giovane pompiere che, sorridendo, sale con l’attrezzatura di soccorso in spalla le scale (che non discenderà più da vivo) della torre Sud nel verso opposto di chi le discendeva frettolosamente per mettersi in salvo da un infermo di fiamme, fumo e terrore.
Un antico detto ebraico recita: chi salva la vita di un uomo salva tutta l’umanità. Che il gesto di quegli eroici pompieri, che portarono al sicuro migliaia di altre vite a loro sconosciute, salvi davvero l’umanità dagli egoismi e dalle contraddizioni di una politica mondiale che dovrebbe cominciare, come in una sorta di nuovo illuminismo, a rimettere al centro delle sue azioni future l’uomo e i suoi bisogni, piuttosto che solo e soltanto biechi interessi economici.

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