La terra battuta di San Ciro che profumava di serie A

Il racconto di Maurizio Scillitani

Sperjam che arrivn oggj” urlavo a mia madre mentre mi dirigevo dalla cucina, dove avevo da poco terminato di pranzare, alla camera da letto dei miei genitori, per montare di guardia, alla finestra. Scrutavo con trepidazione la strada sottostante, in direzione del piazzale dello Stadio e aspettavo che si palesasse, in lontananza, qualche gruppetto di ragazzini. Quello era il segnale che attendevo e che mi avrebbe confermato che ci sarebbe stato da divertirsi, nel pomeriggio.

Erano i primi anni ‘90 ed io abitavo in via Gaetano Salvemini in quel palazzo a mattoncini rossi, la cooperativa il Delfino, che lateralmente si affaccia sulla strada a due corsie nel tratto che costeggia il campetto di San Ciro. A Foggia venivo soltanto in alcuni periodi dell’anno, studiavo all’Università di Pisa, ma durante le vacanze di Natale e Pasqua e quando non avevo lezioni da seguire o esami da sostenere, ero spesso a casa. Il Foggia era quello spettacolare di Zeman e i campionati dal 1989 al 1994 furono quelli che crearono il mito di Zemanlandia e il ricordo di quelle partite, di quelle formazioni, di quei giocatori li abbiamo scolpiti nel cuore.

Tante sarebbero le partite di quei campionati che meriterebbero di essere raccontate e in tanti lo hanno fatto sicuramente meglio di quanto potrei fare io, ed è per questo che invece il mio ricordo di quei fantastici anni va a quello che ho avuto la fortuna di poter osservare dalla finestra di casa, in posizione assolutamente esclusiva e privilegiata.

Se il pomeriggio era quello giusto, verso le due e mezza, dall’angolo che da Via Gioberti conduce a via Salvemini, lì dove c’è la Casa delle Suore Canossiane, per chi è pratico del posto, vedevo sbucare il primo gruppetto di giocatori in tuta rossonera con l’immancabile seguito di ragazzini alla ricerca dell’ennesimo autografo. Non c’erano certezze sul giorno o sull’orario di inizio dell’allenamento, ma dal martedì al giovedì era molto probabile che la seduta pomeridiana di lavoro, la squadra l’avrebbe svolta proprio sul terreno duro e polveroso, rigorosamente in terra battuta e brecciolino, del campetto di San Ciro e di conseguenza sotto ai miei occhi.

Metti su la moka” ordinavo perentorio a nonna Severina appena capivo che stavano arrivando i giocatori. Correvo all’ingresso di casa, prendevo dall’attaccapanni il cappotto e se era particolarmente freddo anche il cappellino e la sciarpa, mi assicuravo di avere in tasca il pacchetto di sigarette e l’accendino – all’epoca fumavo, ora fortunatamente non più – e tornavo nuovamente in camera da letto dopo aver preso la tazzina con il caffè fumante.

Qujst ej pacc, anè, ten u cappott e a sciarp ind’a cas” mi diceva nonna, scuotendo la testa, nel vedermi bardato di tutto punto. Non raccoglievo la sua provocazione e mi chiudevo con cura la porta della stanza, per non essere disturbato e mi preparavo ad assistere allo spettacolo dell’allenamento del Foggia.

Lo so, lo so, che può sembrare strano chiudersi in camera con cappotto, cappellino e sciarpa ma con un po’ di pazienza cercherò di spiegarvi tutto.

Zeman aveva già inaugurato la consuetudine di effettuare gli allenamenti a San Ciro nel suo primo campionato a Foggia, quello del 1986/87 quando militavamo in serie C1. Ma vedere una squadra di serie A allenarsi sul campetto rionale in terra battuta, era decisamente inusuale.

I giocatori arrivavano a piccoli gruppi, Zeman con l’immancabile sigaretta accesa insieme al suo staff e a Leone Rossetti che trasportava il saccone pieno di palloni, tutti scavalcavano la recinzione del campetto, proprio come facevamo noi da ragazzini, di nascosto da Don Nicola, quando volevamo provare a tirare i rigori nella porta grande.

Nel giro di pochi minuti, dai palazzi vicini, accorrevano decine e decine di persone che si affrettavano per poter occupare un posto in prima fila alla retina che delimitava il campo di gioco. Non saprei quantificare quante fossero le persone che si fermavano ad assistere all’allenamento, ma erano tantissime, molte capitate lì per caso, di passaggio con l’auto e si fermavano accalcandosi lungo tutto il perimetro del campetto. La strada si riempiva immediatamente di macchine che venivano parcheggiate ovunque, sul marciapiede, tra gli alberi dei giardini che sono lì davanti, mentre io, sempre più soddisfatto per la mia posizione di assoluto privilegio, aprivo la finestra e assistevo allo spettacolo dall’alto. L’allenamento dovevo seguirlo sempre con la finestra della camera rigorosamente aperta, perché era importante e divertente ascoltare le indicazioni che il boemo, da un lato del campo, urlava ai giocatori.

La seduta di allenamento iniziava con gli esercizi di riscaldamento ed atletici. Erano molto intensi e venivano seguiti con grande attenzione dallo staff e dal boemo che spesso richiamava con le sue ironiche e lapidarie esternazioni i calciatori ad un maggiore impegno. Giri di campo, scatti, ripetute, esercizi fisici che venivano eseguiti in coppia. Poi, finalmente il pallone entrava in campo e venivano svolte le classiche partitelle di allenamento durante le quali il boemo impartiva i suoi insegnamenti tecnico-tattici.

Dai Manico, più veloce la palla, dai, di nuovo” urlava con la sua tipica parlata lenta e cadenzata rivolto a Antonio Manicone, ma lo stesso accadeva per tutti i giocatori che negli anni si alternarono nel nostro centrocampo, Scienza, Di Biagio, Picasso, Porro, Seno, Barone, Stroppa. L’azione di gioco veniva interrotta e Zeman indicava con ampi gesti delle mani, che nell’aria disegnavano strane geometrie, le posizioni che i giocatori avrebbero dovuto tenere in campo. Quando il boemo parlava, immediatamente il brusio del numeroso pubblico che era ad assistere all’allenamento, cessava.

“Cit cit, fa send quill che dic Zemànn” e vedevo chiaramente le persone che cercavano di tacitare quelli che continuavano a parlottare. Lo schema veniva ripetuto di nuovo una, due, tre volte finchè la palla non viaggiava velocemente dal centrocampo alle fasce laterali e i movimenti tra i reparti avvenivano in modo pressoché automatico.

Dai Manico, tu lancia, senza guardare perché lui – e indicava Codispoti o Petrescu o l’uomo che doveva stazionare sulla fascia – è già lì” diceva e poi, rivolto all’uomo sulla fascia “tu scatta prima che lui lancia, perché palla arriva” e faceva ripetere lo schema fintanto che il tutto non avveniva a occhi chiusi e alla giusta velocità.

La domenica quando assistevo alla partita allo Zac, vedere eseguiti quegli schemi che avevo visto tante volte ripetuti in settimana a San Ciro, era una vera goduria. La palla arrivava a Manicone nel cerchio di centrocampo e io già alzavo lo sguardo sulla fascia per vedere se Codispoti era scattato, e lui era già lì ad aspettare “perché palla arriva” – mi ritornavano in mente le parole di Zeman – e Manicone, senza guardare, in un attimo lanciava in quella direzione “perché lui è già lì” come aveva detto in settimana il boemo. Tutto sembrava semplice la domenica in campo, ma io sapevo che quella velocità di esecuzione era il frutto di schemi ripetuti decine e decine di volte, fino alla noia, durante la settimana. Che bello, che spettacolo, che privilegio aver potuto osservare anche la costruzione, quasi maniacale, di quelle azioni e di quel gioco che incantò le platee di tutta Italia.

L’allenamento si concludeva sempre con i calci da fermo, punizioni e rigori, eseguiti dagli attaccanti e parati da Mancini che non si esimeva dall’effettuare voli plastici da un lato all’altro della porta e uscite spericolate – alla Mancini, appunto – nonostante il brecciolino del campetto.

Quando praticamente era quasi calata la sera e la visibilità non consentiva di continuare oltre, il boemo ordinava il rompete le righe e i calciatori, scavalcando nuovamente la recinzione del campetto si incamminavano verso lo Zaccheria. Io rimanevo alla finestra ad osservarli, fino a quando anche Rossetti, l’ultimo del gruppo che aveva dovuto recuperare tutti i palloni dispersi nel campetto e quelli caduti nei giardini dei villini adiacenti, non svoltava l’angolo della strada. Chiudevo la finestra della camera, soddisfatto dello spettacolo a cui avevo assistito, riponevo cappotto, sciarpa e cappello ed iniziavo il mio pomeriggio di studio.

Il mito di Zeman e di quel Foggia è anche dovuto a quegli allenamenti svolti a San Ciro.

Vedere i nostri calciatori giocare a pallone sul campetto in terra battuta dell’oratorio, li rendeva ai nostri occhi ragazzi come tutti gli altri. Certo loro poi la domenica avrebbero giocato sul manto erboso verde e perfetto dell’Olimpico o di San Siro, alcuni sarebbero scesi in campo addirittura con le rispettive Nazionali, ma durante la settimana erano lì a correre sulla dura terra battuta di San Ciro, sbucciandosi le gambe come capitava a noi quando giocavamo su quello stesso terreno. Non c’erano filtri o distanze da rispettare tra il pubblico e la squadra, non c’era il fossato dello Zaccheria a dividere il tifoso dal campo di allenamento, li avevi a pochi centimetri di distanza, potevi sentirne l’affanno o l’improperio per un passaggio sbagliato e per gli stessi calciatori, credo che allenarsi in quel contesto, servisse a ricordarsi da dove erano partiti, perché nel passato di ogni giocatore c’è sicuramente il campetto in terra battuta dell’oratorio del proprio paese.

Il grande miracolo di Zeman a Foggia, al di là dei risultati calcistici ottenuti in quegli anni, comunque importanti ed apprezzabili per una provinciale, è stato forse proprio quello di essere riuscito a creare un rapporto diretto, schietto, senza mediazioni, tra la squadra, i tifosi e la città intera. Anche chi abitualmente non seguiva il calcio, in quegli anni, era orgoglioso della squadra e la sentiva propria e viceversa i calciatori, lo hanno raccontato più volte in tante interviste rilasciate, si sentivano perfettamente integrati nella città e ne percepivano l’affetto che, a distanza di tanti anni, continua ad esserci nei loro confronti, come allora. Una inedita e perfetta alchimia quella che si era creata tra Foggia, l’allenatore boemo e i suoi calciatori e oggi, speriamo, potrebbe ripetersi.

Di Maurizio Scillitani

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2 commenti

  1. Bellissimo il racconto, ma purtroppo non esiste più neanche lo storico campetto di S. Ciro sul quale stanno costruendo una orrenda palazzina.

  2. Cosa studiavo a Pisa ? Anche io in quegli anni ero a Pisa e poco a foggia e sul campo di San Ciro ci ho fatto parecchi tornei. Da ricordare che il campo essendo più corto dei campi regolamentari rendeva ancora più difficili gli schemi per gli spazi stretti .

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