Foggia-Verona 4-1, ma prima c’era la Confitex a Sant’Anna

Il racconto di Oscar Buonamano

Se penso al Foggia, alla squadra di calcio del Foggia ovviamente, non posso non pensare alle gioie e all’orgoglio di appartenenza che il Foggia di Zeman ha regalato ai tifosi rossoneri. Una squadra sempre vincente che fu capace di imporsi all’Italia calcistica intera fino ad allora appannaggio dei grandi club del nord. In questo senso, insuperabile resta il titolo, in prima pagina, del Corriere dello Sport, «Juve o Milan? Meglio il Foggia».

Quello il punto più alto raggiunto dai satanelli, speriamo ce ne possano essere altri in futuro.

Ma se riavvolgo il nastro della memoria e ritorno alla mia adolescenza, a quando avevo quindici anni e le giornate erano scandite dal numero di “partitelle” che facevamo sul piazzale antistante il mercato generale della frutta in via Manfredonia, ci sono altre formazioni del Foggia che mi hanno riempito il cuore di gioia e di bellezza.

Gli anni Settanta e la partita di cui vi voglio parlare si disputò il 6 febbraio del 1977. Il campionato è quello di serie A, sulla panchina del Foggia siede la coppia formata da Roberto Balestri ed Ettore Puricelli. La partita è Foggia-Verona ed è l’ultima giornata di andata del campionato.

Il Foggia naviga in brutte acque, è penultimo con il Cesena a presidiare l’ultimo posto.

Il mercato di riparazione ha portato a Foggia tre calciatori, due di questi si riveleranno determinanti per il raggiungimento della salvezza: Sandro Salvioni, Franco Bergamaschi e Domingo, al secolo Angelo Domenghini.

Memo, Colla, Sali, Pirazzini, Bruschini (Gentile), Scala, Nicoli (Domenghini), Bergamaschi, Iorio (Ulivieri), Delneri, Bordon.

L’avrò scritta centinaia di volte questa formazione e continuerò a farlo ancora per molto tempo.

Era il 6 febbraio e lo ricordo bene perché quel giorno, con il Commando Ultras, sfilammo per le vie del centro fino allo stadio. Una processione laica impressionante. Canti, fumogeni, bandiere. Prendemmo anche le maglie rossonere, dall’uno all’undici. A me toccò la undici, quella di Antonio Bordon.

Arrivammo allo stadio con largo anticipo e ci piazzammo al centro della Gradinata, in corrispondenza del cerchio di centrocampo. Quello era il posto degli Ultras, nato proprio in quegli anni.

La partita era importantissima: l’unico risultato utile la vittoria per sperare in una rimonta a scapito di chi ci precedeva.

Le domeniche dei miei quindici anni era tutte uguali. Quando il Foggia giocava in casa ero a Foggia, quando invece i rossoneri giocavano in trasferta andavamo tutti al paese di mia madre, a casa dei nonni.

Il giorno della partita aveva i suoi ritmi e i suoi riti, sempre uguali.

Alle 9:30 a messa, la chiesa era quella di Sant’Anna. Subito dopo la messa scappavano al campo di calcio che era proprio di fronte alla chiesa. Qui si disputavano i campionati amatoriali e la mia squadra del cuore era la Confitex. Il nome gli derivava dallo sponsor che aveva un negozio di tessuti in Via Arpi. Tifavo per loro perché il capitano della squadra era Lorenzo e abitava nel mio palazzo.

La Confitex era una squadra fortissima, sempre tra le prime in quei tornei tiratissimi. Quando c’erano le sfide di cartello era difficile seguire la partita perché non c’erano gli spalti e gli spettatori erano appiccicati alla rete di recinzione e dunque si formavano, spesso, tre o quattro file di spettatori. Quando pioveva era un disastro. E se allo Zaccheria era tipico sentire, «Giovane, avasc’ a bandir», a Sant’Anna questo si trasformava in «Giovane è spustà u’mbrell?».

Il Foggia era il Foggia, ma prima c’era la Confitex.

Nei miei ricordi di ragazzo non dimentico una finale vinta dai nostri per 1-0 con un gol proprio di Lorenzo all’ultimo minuto sotto una pioggia torrenziale. Volarono gli ombrelli e ci ritrovammo tutti in campo ad abbracciare Lorenzo e gli altri dieci calciatori. E poi tutti a festeggiare negli spogliatoi che erano a duecento metri dal campo, di fianco al carcere femminile di Sant’Eligio.

Quella domenica invece ci furono solo i satanelli e la concentrazione tutta per Foggia-Verona.

La partita fu bella e mai in bilico nonostante il pareggio di Mascetti subito dopo il gol del momentaneo vantaggio di Bordon.

Quando segnò Bordon mi voltai d’istinto alla mia sinistra, verso quelli che avevano preso la maglia rossonera. Sventolai la numero undici di Antonio Bordon per un tempo che ricordo infinito. E lo feci ancora quando Bordon segnò la rete del 2-1.

Fu una partita intensa, dominata dal Foggia dal primo all’ultimo minuto. Capimmo che non saremmo retrocessi perché avevamo una squadra con tanta qualità.

La difesa, una garanzia.

Memo, uno dei migliori portieri di sempre del Foggia. Colla e Sali, una coppia di terzini perfetta. Il primo, francobollatore, appiccicato all’uomo da marcare non lo lasciava nemmeno nel tunnel degli spogliatoi. Il secondo, Sali, antesignano dei terzini che sarebbero arrivati negli anni Novanta, quelli che spingono e che fanno la fascia duecento volte in una partita. Sarebbe stato perfetto per il 4-3-3 zemaniano. Poi la coppia centrale, Bruschini e Pirazzini. Il primo toscano di Grosseto, affidabile tranne quando incontrava sulla sua strada Bonimba, Roberto Boninsegna. Gianni Pirazzini è il capitano del Foggia. Lo è stato e lo sarà per sempre.

Il centrocampo deliziava anche i palati più raffinati.

Nevio Scala, Aldo Nicoli, Franco Bergamaschi e Gigi Delneri. Qualità e sostanza. Scala aveva un senso della posizione innato e per questa ragione sembrava essere in più zone del campo contemporaneamente. Nicoli, reduce da un grave infortunio, disputò a Foggia le migliori stagioni della sua carriera agonistica. Bergamaschi, anche lui reduce da un grave infortunio, faceva palpitare il cuore. Elegante, sembrava uno sciatore quando partiva in slalom tra gli avversari. Scuola Milan e si capiva da come accarezzava la palla. E poi il numero 10, Gigi Delneri. Bravo, bravissimo. Tecnica e carica agonistica, sapeva prendere sulle sue spalle la squadra e condurla in porti sicuri. Con Giorgio Maioli e Rognoni il miglior regista del Foggia.

L’attacco, giusto per quel Foggia.

Domenghini e Ripa i tornanti, Ulivieri e Iorio i centravanti, Bordon e Piemontese all’ala sinistra. Domenghini aveva disputato la finale della Coppa Rimet a Città del Messico contro il Brasile, era una leggenda. Aveva vinto con l’Inter di Helenio Herrera e lo scudetto con il Cagliari di Gigi Riva. Vederlo giocare allo Zaccheria è stato un privilegio e un onore. Ulivieri un buon gregario. Maurizio Iorio avrebbe esordito l’anno successivo, dimostrò fin dal suo esordio contro il Torino tutta la sua bravura. Ripa e Piemontese completavano la rosa mentre Antonio Bordon era l’attaccante di riferimento, l’ariete. Agile, elegante, esperienza da vendere.

Un gran bel Foggia che si salvò centrando un filotto di tre vittorie consecutive con Genoa, Catanzaro e Cesena.

Era un altro calcio. Le maglie non avevano stampato sul retro il nome del calciatore, a testimoniare che il calcio è uno sport collettivo, e i numeri andavano dall’uno all’undici.

Il Foggia giocava in casa con la maglia rossonera e in trasferta con una meravigliosa divisa bianca con il colletto rossonero. Il Pino Zaccheria era bellissimo. Le curve in tubi innocenti, la tribuna in muratura ad un solo livello e la gradinata, a due piani, in cemento armato con un fossato che la separava dal rettangolo di gioco.

Lo stadio era sempre pieno in ogni ordine di posto come scriverebbe un bravo cronista.

Non è nostalgia di un tempo e di una giovinezza che non torneranno più, è il ricordo dolce di un tempo in cui Foggia e il Foggia erano grandi tra i grandi. Un tempo in cui gli italiani nati nel primo dopoguerra stavano costruendo il nostro grande Paese.

Un tempo al quale dobbiamo ispirarci per far tornare il Foggia sul palcoscenico calcistico che merita, la serie A, ma soprattutto riportare la nostra città ad un livello di dignità che ha sempre avuto e che negli ultimi decenni sembra aver smarrito. Anche il calcio può contribuire a far rinascere un orgoglio di appartenenza che oggi non c’è più.

Ce lo ha insegnato Pier Paolo Pasolini, «Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro. Il cinema non ha potuto sostituirlo, il calcio sì. Perché il teatro è rapporto fra un pubblico in carne e ossa e personaggi in carne e ossa che agiscono sul palcoscenico. Mentre il cinema è un rapporto fra una platea in carne e ossa e uno schermo, delle ombre. Invece il calcio è di nuovo uno spettacolo in cui un mondo reale, di carne, quello degli spalti dello stadio, si misura con dei protagonisti reali, gli atleti in campo, che si muovono e si comportano secondo un rituale preciso. Perciò considero il calcio l’unico grande rito rimasto al nostro tempo».

Lo dobbiamo fare per noi, per i nostri figli e per la nostra storia.

di Oscar Buonamano

Il tabellino:

15^ giornata (6 febbraio 1977)

Foggia-Verona 4-1

Reti: 45° Antonio Bordon (F), 48° Emiliano Mascetti (V), 54° Antonio Bordon (F), 60°Angelo Domenghini (F), 90° Aldo Nicoli (F)

Foggia: Memo, Sali, Gentile, Pirazzini, Bruschini, Scala, Nicoli, Bergamaschi (Ripa dal 52°), Bordon, Del Neri, Domenghini.

Allenatore: Roberto Balestri. Direttore tecnico: Ettore Puricelli

Verona: Superchi, Bachlechner, Negrisolo, Logozzo (petrini dal 61°), Maddè, Mascetti, Franzot, Luppi, Busatta, Fiaschi, Zigoni.

Allenatore: Ferruccio Valcareggi

Arbitro: Francesco Panzino

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1 commento

  1. Grazie per lo splendodo ricordo che sei riuscito a farmi rivivere in questo tuo spaccato di vita foggiana di quei tempi.
    Ricordo benissimo qiella partita e sopratutto dello spettacolo della domenica mattina sul campp di sant Anna.
    Io che abitavo nel quartiere di candelaro attratto dal publico che so vedeva dall auto, costringevo mio padre a fermarsi per guardare una parte della partita.
    E poi la partita.. Foghia Verona iobero in gradinata dietro gli ultras e rimasi incantato dal magnifoco gol di Domenghini entrato inporta con la palla dopo aver driblato la difesa.
    Anni in cui andare allo stadio pino zaccheria era una processione che portava ai cancelli dello stadio il tifo, la gradinata che ondulava,
    Il foggia calcio e il disco a con il vecchio inno del foggia regalato ai tifosi nella partita foggia contro vecvhie glorie..
    Ricordi bellissimi..
    Grazie

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