Diario di un testimone di giustizia: le ultime parole di Mario Nero, testimone dell’omicidio Panunzio

Oggi si celebra la giornata della legalità, una data scelta per ricordare Giovanni Falcone, il magistrato simbolo dell’antimafia morto ammazzato nella strage che bagnò di sangue Palermo il 23 maggio di 29 anni fa. Un giorno significativo che aprirà ad una settimana di incontri ed eventi per celebrare tutti gli uomini e le donne che, con coraggio, impegno e sacrificio, hanno operato per il bene della collettività, sacrificando la propria vita.

Un’occasione importante in cui riteniamo doveroso ricordare il foggiano Mario Nero, testimone di giustizia, morto nel gennaio scorso, dopo una vita travagliata, un figlio della nostra terra che visse la sua esistenza in funzione di una scelta coraggiosa a seguito della quale smise di essere uomo libero per vivere secondo i principi di legalità e giustizia.

Ricordare Mario Nero è atto doveroso, come lo è ripercorrere la sua esistenza travagliata e dolorosamente segnata dalla scelta coraggiosa di diventare collaboratore di giustizia perché testimone oculare dell’omicidio di Giovanni Panunzio, imprenditore edile ucciso a colpi di pistola – per mano della mafia foggiana – la sera del 6 novembre 1992.

Le dichiarazioni di Mario Nero furono determinanti per individuare gli esecutori materiali ed i mandanti di quell’omicidio. Secondo testimone di giustizia in Italia, dopo Piero Nava (che testimoniò per l’assassinio del giudice Livatino avvenuto ad Agrigento il 21 settembre del ‘90), è stato uomo di grande coraggio e dignità che ha rotto i silenzi, valicando i muri dell’omertà, rappresentando per la capitanata il primo, significativo segnale della lotta alla Mafia, quando ancora non se ne conosceva l’esistenza. Una vicenda che ha segnato un punto di non ritorno per la sua vita di padre, marito, uomo, lavoratore.

La sua storia aveva ispirato il film ‘Il Testimone’ e, con Gabriele Ferraresi, era stato l’autore dell’omonimo libro. Eppure, la memoria collettiva della sua città lo ha dimenticato, lo ha fatto ancor prima della sua dipartita, avvenuta il 13 gennaio scorso in Liguria. 57 anni ed una esistenza dolorosa, accompagnata da grande dignità e forgiata da sentimenti buoni, fondati su principi di onestà, senso civico, coscienza civile.

Mario Nero, nome impostogli dai protocolli di protezione e sicurezza applicati a seguito di quella denuncia, è stato lasciato solo da tutti. 30 anni di sacrifici, rinunce, esili forzati, che lo hanno posto in una condizione di isolamento e costretto lontano dalla sua terra, per amore della quale scelse di collaborare con la giustizia, testimoniando con il suo racconto i dettagli di quella “maledetta” sera quando, per caso, incrociò il volto del killer di Panunzio.

Uomo – eroe che, pur stravolgendo la sua vita per immolarla sul sacro altare della legalità, non si tirò mai indietro di fronte ai suoi doveri di cittadino onesto, sottolineando con forza, nelle sue rare apparizioni ed interviste, le ragioni che lo portarono a quella scelta della quale non si è mai pentito, malgrado le disastrose conseguenze che trasformarono i suoi giorni in un inferno.

L’ultima intervista a Mario Nero risale al 23 maggio scorso quando, in occasione del meeting per la “Giornata della Legalità”, in memoria delle vittime di mafia, ripercorse la sua odissea iniziata nel ‘92 in cui – come lui stesso ripeteva – smise di esistere.  Una condizione immutabile imposta dai protocolli di protezione e sicurezza che lo sottoposero ad un perenne esilio, 13 estenuanti trasferimenti, 4 identità diverse.

Oggi, ad un anno da quella giornata, riportiamo l’ultima intervista a Mario Nero, avvenuta con gli esponenti pentastellati della Puglia. Un momento di riflessione sul tema della giustizia e il nostro omaggio a un uomo giusto che visse più della metà della sua vita in un esilio forzato.

Trenta lunghi anni in cui non trovò mai pace…

I fatti ed il racconto del testimone di giustizia Mario Nero, 23 maggio 2020

Quando andai a denunciare di aver visto in faccia il killer di Giovanni Panunzio non capii si trattasse di mafia, dopo qualche giorno l’allora capo della mobile mi fece quel nome. Ed io ho pensai che qualcuno dovesse buttar giù questo muro invalicabile dell’omertà. Pensai di essere un esempio per tutti ma oggi la sto vivendo come una sconfitta perché sono stato abbandonato da tutti. Per tanti anni non esisti più, ho cambiato 4 generalità, poi mi sono stancato ed ho chiesto di tornare in possesso della mia identità e dei miei documenti. Nella mia odissea ho perso due figli, una famiglia, oggi ho 3 nipoti che non ho mai visto, la vita viene stravolta ma quello che dispiace più di tutto e che mi fa tanta rabbia è che a Foggia io non ci sono più potuto tornare e se sono tornato l’ho fatto di notte, in sordina, mentre i mafiosi continuano a girare liberamente nella mia città, vessando, uccidendo e distruggendo l’economia e il territorio.”

La rabbia di Nero in quel racconto commosso e vibrante era crescente e non esitò a puntare il dito contro le istituzioni: “Uno Stato forte e credibile deve avere la capacità di espellere la mafia che si fa forte dell’impoverimento culturale ed economico di un territorio. Più è impoverito, più le mafie comandano.’’

Un appello accorato in cui chiese alla politica di intervenire per modificare l’ordinamento giudiziario:  “Nel nostro Paese va fatta una lotta per la certezza della pena, fino ad allora non ci sarà libertà e dignità per tutti, da noi ci sono troppi gradi di giudizio e chi commette un reato la fa franca. Si ha paura a denunciare per questa ragione, per il timore che il malfattore possa rivalersi sulle vittime. Dopo di me, a Foggia, ci sono stati oltre trecento omicidi ma zero testimoni. Dopo di me c’è stato il deserto! L’arrivo dei testimoni coincide con la strage di Falcone, ma in questi anni sono stati bistrattati e dimenticati, poi le cose cambiarono. Ed è stato anche grazie alle mie battaglie fatte per tutelare la vita di noi testimoni di giustizia”.

La legge italiana impose – solo molti anni più tardi- con la legge dell’11 gennaio 2018 nuove misure per la gestione dei testimoni di giustizia, quale segnale della volontà della Stato di tutelarne i diritti senza costringerli a fuggire e che prevedesse particolari attenzioni di tipo economico, sanitario ed il reinserimento sociale e lavorativo.

Nella parte conclusiva del suo intervento, Nero rimarcò la necessità di ricostruire una società nuova ripartendo dalla scuola: “Alla politica chiedo di occuparsi di rieducazione sociale, la scuola ha un ruolo fondamentale, i miei valori nascono in quei contesti, quando da studente il nostro maestro ci dava lezioni di educazione civica. Come si è arrivati a questo, di chi è la colpa?” disse ancora: “ho sempre in mente un programma degli anni ‘70  del regista Nanni Loy e mi colpì molto che lui teorizzasse per la Puglia, terra ricca di risorse, una possibile California del sud. Abbiamo molte ricchezze inespresse. Accade perché ognuno va per la sua strada. In capitanata, ma anche a Bari, esiste una cronica incapacità di fare squadra e la disunità, l’isolamento è ciò cui la mafia anela. Perché solo così può continuare i suoi porci comodi”, si fece forte la voce di Nero che tuonò: “se fossimo uniti (istituzioni, società civile, mondo ecclesiastico, scuola) la mafia non esisterebbe. E poi c’è l’omertà, il silenzio. L’omertà! Quella l’ho riscontrata in tutti: istituzioni, politica, cittadini”, chiuse.

La voce fiera e vibrante di Mario Nero scandiva quel dialogo cui, prendendo la parola, chiesi:

Se tornasse indietro rifarebbe le stesse scelte?

Non esitò un attimo e rispose: “Sì, rifarei tutto, nonostante l’odissea che ho vissuto, perché quando mi faccio la barba ogni mattina mi devo guardare allo specchio e devo guardare negli occhi i miei figli senza abbassare lo sguardo. Il chicco di grano se resta in un sacco rimane chicco di grano ma se lo mettiamo a dimora della terra dopo alcuni mesi produrrà una spiga. In Puglia da 30 anni a questa parte il chicco di grano giace ancora nel sacco”.

Furono le ultime parole di Mario Nero, che fermiamo tra queste righe a futura memoria, perché il suo grido di aiuto, il suo sprono alla buona politica, l’appello a scuotere coscienze, rompere silenzi ed omertà non resti inascoltato.

Mario Nero si è spento 7 mesi dopo quello sfogo accorato e commosso da cui è venuto fuori un uomo coraggioso ed un cittadino fiero ed esemplare che non ha esitato ad arretrare di fronte ad ingiustizia ed illegalità.

Un modello di rettitudine a cui la comunità foggiana deve esprimere massima gratitudine.

Ma anche un uomo comune che, con Piero Nava, Nino Miceli ed altri onesti cittadini, testimoni di giustizia, si è immolato sul sacro altare della legalità percorrendo la via del buono e del giusto, rinunciando alla sua libertà, sacrificando la sua stessa vita in nome della verità.

Questo, probabilmente, richiede coraggio ma è dovere di ognuno se si intende risalire le classifiche che contano, uscire dalla zona grigia, riconoscersi parte di una società civile e far germogliare quel “chicco di grano, seme di legalità”.

(In ricordo di un uomo giusto)

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3 commenti

  1. Una testimonianza toccante e necessaria in un momento così buio per Foggia

    1. Grazie Maurizio. In quell’occasione raccolsi lo sgomento e la rabbia dell’uomo che mai si senti gratificato dalla sua comunità, questo mi ferì profondamente. Lo ricordo con immensa riconoscenza. Questo è il mio personale grazie a Mario Nero, esempio straordinario di coraggio ma anche, ahinoi, vittima sacrificale di un sistema diffusamente corrotto ed omertoso.

  2. Purtroppo hai pagato con la tua vita lavandono degli istituzionali…..
    Senza tu rendertene conto che lasciavi anche orfani altri due figli piccoli e una Donna de gestire questa dura situazione….😢😢😢

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