Il Concertone del 1 Maggio tra arte, politica e censura

Le esternazioni di Fedez al Concertone del 1 Maggio in diretta televisiva, poi riprese su tutti i social con milioni di visualizzazioni e commenti, sono diventate l’argomento del giorno. 

Ognuno in base alla propria sensibilità può essere d’accordo o meno con quanto affermato da Fedez, quello che qui interessa analizzare è piuttosto il rapporto tra arte, politica e censura e cioè se è lecito che un artista (Fedez in questo caso) entri a “gamba tesa” su un terreno diverso e lontano dalla semplice perfomance a cui è chiamato

A dire il vero non è la prima volta che sul palco di Piazza San Giovanni accadono episodi analoghi a quelli di quest’anno. Come non ricordare nel 1991, esattamente 30 anni fa, l’esibizione di Elio e le Storie Tese che nel brano “Sabbiature” denunciavano i molti casi giudiziari del tempo, con politici coinvolti che si erano conclusi con l’archiviazione ben “409 su 411” come sottolineava il testo della canzone. Venivano elencati i più eclatanti, da quello che vedeva coinvolto l’allora Presidente della Rai Enrico Manca, al Ministro Remo Gasparri, all’immancabile Giulio Andreotti (il brano è disponibile su internet ed è una perla del repertorio irriverente del gruppo). La diretta televisiva fu sospesa e la linea fu immediatamente data a un imbarazzatissimo Vincenzo Mollica, conduttore di quella edizione, “Cerco di capire una cosa. Stiamo passando dalla rete Tre alla rete Due? Benissimo. No, ancora no” cercò di giustificare l’interruzione e intanto alle sue spalle, si intravedevano sul palco Elio e il suo gruppo che continuavano ad elencare i processi archiviati. Due anni dopo, nel concerto del 1993 nuove polemiche per le dichiarazioni di Piero Pelù, frontman dei Litfiba, che dal palco si scagliò contro Papa Giovanni Paolo II che aveva esternato la contrarietà della Chiesa all’uso dei preservativi e alla legalizzazione dell’aborto, “Si occupi di cose metafisiche” le parole pronunciate in diretta da Piero Pelù. Sempre sullo stesso tema, quello del sesso sicuro e dell’uso del preservativo, ricordiamo il cantante Luca Romagnoli del gruppo rock Management del Dolore Post Operatorio che nel 2013 mostrò alle telecamere un preservativo e come se fosse un’ostia lo sollevò al cielo, dicendo “Questo è il budello che uso io che toglie le malattie dal mondo. Prendete e usatene tutti, fate questo, sentite a me”. La diretta venne tagliata a metà della esibizione e Romagnoli, accortosi della censura televisiva, rincarò la dose di provocazione e si abbassò i pantaloni rimanendo nudo. Nel 2017 Edoardo Bennato avrebbe dovuto cantare quattro brani del suo repertorio, ma la pubblicità oscurò l’esecuzione di “Meno male che adesso non c’è Nerone” e il cantante napoletano in un comunicato sui social ipotizzò una qualche forma di censura da parte della Rai per il contenuto del brano, a cui seguì l’immediata smentita da parte dell’Ente radiotelevisivo che in un comunicato precisò “… non si è trattato di censura ma di un fatto tecnico. La Rai non può far saltare gli spazi pubblicitari venduti”.

L’edizione 2021 sarà ricordata anche per la performance trasgressiva messa in atto dalla rapper Chadia Rodriguez che durante l’esecuzione del brano “Bella così” cantato insieme a Federica Carta ha esibito un audace topless lanciando un appello alla libertà di “amare chi vogliamo e quando vogliamo”. 

La storia del Concertone del 1 Maggio è quindi ricca di episodi che hanno suscitato polemiche, forse meno accese rispetto a quelle di quest’anno, amplificate dal tema oggetto del monologo di Fedez (l’approvazione del ddl Zan il cui iter è stato sbloccato solo ora dopo che si era arenato per mesi in Commissione Giustizia al Senato per l’ostruzionismo degli esponenti della Lega nonostante l’approvazione alla Camera), dal seguito che Fedez ha sui social e dal gran numero di post pubblicati che hanno fatto da cassa di risonanza all’evento.

È una polemica non di poco conto quella che si è scatenata in queste ore, se è vero che un Paese democratico come il nostro, ha mostrato, in diretta televisiva, che la libertà d’espressione subisce forti condizionamenti anche su un palco come quello del 1 Maggio, luogo peraltro con una forte valenza simbolica. 

Ricordiamo che la prestigiosa associazione internazionale Reporters Sans Frontiers colloca l’Italia al 41° esimo posto nella classifica mondiale sulla libertà di stampa dietro tutte le altre maggiori potenze europee e Paesi in via di sviluppo come la Namibia e il Burkina Faso. Una posizione leggermente migliore rispetto agli anni precedenti (dal 43° posto del 2019, siamo passati al 41° del 2020) ma non certo invidiabile e che è stata stilata sulla base dei 20 giornalisti italiani costretti a vivere sotto la protezione delle forze dell’ordine a causa delle minacce ricevute per via del loro lavoro, e delle forme di pressione e di controllo messe in atto dalla politica, anche se “… nel complesso, i politici italiani sono meno aggressivi nei confronti dei giornalisti rispetto al passato”, come si legge nel report dedicato alla informazione italiana. Il problema del controllo e della conseguente possibile censura è quindi cosa nota e certificata, in Italia.

Il caso Fedez fa riflettere sulle libertà dell’artista e i suoi confini, ed è lecito domandarsi se ai contenuti dell’arte si debbano davvero impedire certe interazioni con la sfera politica, con la storia, con la realtà, tema non facile a cui si sono dedicati nei secoli studiosi, filosofi ed artisti.

Arte e politica sono due istituzioni inserite nel sistema sociale e, in quanto tali, si trovano collegate necessariamente nel pensiero e nell’azione che vi si sviluppa e riflettono inevitabilmente la realtà che le circonda.

«La censura è il miele per gli artisti. Li innalza, li fa diventare simboli, li protegge come uno scudo. Proprio perché l’artista non è un politico, anche se fa politica e contrapporsi alle sue proposte è sempre fallimentare». Così il critico Vittorio Sgarbi si espresse nel 2018 sulla vicenda che coinvolse l’artista d’avanguardia Marina Abramović che per realizzare il manifesto della Barcolana di Trieste (la famosa regata che si svolge ogni anno nel mare istriano) ritrasse se stessa con una bandiera bianca che riportava la scritta «We’re all in the same boat», «Siamo tutti sulla stessa barca», un messaggio universale e solidale verso chiunque si imbarchi nei viaggi travagliati, reali o metaforici, della vita, ma che suscitò un ampio dibattito politico perché sembrò un attacco alla politica di restrizione degli sbarchi degli immigrati adottata dall’allora Ministro dell’Interno Matteo Salvini. 

Ogni espressione artistica, e in particolar modo le più audaci, tendono sempre a forzare certi canoni, estetici o morali, imposti dalla società, e per la loro forza comunicativa possono toccare alcune corde particolarmente sensibili all’interno della comunità in cui si svolgono e se la società si è evoluta, ciò è accaduto grazie anche al contributo dell’Arte. Certo, paragonare il discorso di Fedez alle provocazioni di Cattelan, Banksy, Duchamp, Ai Weiwei solo per nominare artisti internazionali tra i più famosi, può sembrare irriverente, ma se il messaggio lanciato dal palco del 1 Maggio ha suscitato così tante reazioni allora vuol dire che è riuscito a colmare un vuoto e a soddisfare un bisogno latente presente nella coscienza di tanti. Se oggi abbiamo un sussulto ascoltando le parole di Pio e Amedeo sull’opportunità del politically correct, di Fedez sui diritti LGBT, o se dobbiamo confidare in un intervento di un programma televisivo per vedere riconosciuto un diritto, allora dobbiamo chiederci come mai questo accade. A ben vedere queste voci fuori dal coro trovano così tanto riscontro nell’opinione pubblica (comunque la si pensi sul contenuto dei messaggi) la causa è la latitanza della politica, soprattutto sui temi dei diritti della persona e le battaglie sociali. Il politicamente corretto, che nasce come “attenzione linguistica e non solo” ai diritti delle minoranze, nella politica italiana ha visto dilatato il proprio significato fino a diventare paura di scontentare qualcuno nei grandi contenitori\carrozzoni che sono diventati i partiti, annacquando le prese di posizione sui temi più scottanti ed attuali. Prendere posizione, non restare a guardare, protestare, dare risposte erano prerogative proprie della politica e dei partiti, ora non più e questo impegno spesso viene fatto proprio dal volontariato e dall’associazionismo organizzato e dal mondo dell’arte che grazie alla visibilità che riesce ad avere sui nuovi media si fa carico di portare avanti certe rivendicazioni.

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