Ma tu, perché tieni per il Foggia?

Il racconto di Armando Tumolo

“Ma tu, perché tieni per il Foggia?” Questa la domanda che decine di volte mi sono sentito rivolgere al campetto del dopolavoro ferroviario di Alessandria, città nella quale ho vissuto a lungo con la famiglia immigrata da Biccari, paesino della provincia di Foggia, da quando avevo l’età di quattro anni.

Quella domanda ripetitiva e sciocca, come ormai ero convinto che fosse, suonava, a seconda di chi la proferiva, con tono a volte incredulo, altre volte invece quasi schifato, come a dire: “Anche tu, peró, con tante squadre importanti che ci sono qui vicino, vai a tenere proprio per quella squadra insignificante?” La superiorità poi traspariva sempre, ne era il minimo comune denominatore, e questa era la cosa strana. In fondo il Foggia giocava nell’élite del calcio nazionale insieme alle altre, avrebbe dovuto godere della stessa considerazione, invece niente, continuavamo ad essere considerati figli di un Dio minore.

Fu proprio in quel 1971 che aprii gli occhi scoprendo amaramente che la stessa scarsa considerazione non si fermava agli amici della partitella, ma era un sentimento che arrivava a ben altri livelli. In quella stagione della vita (che ancora non me ne rendevo conto, ma che successivamente ho capito essere stata l’età della spensieratezza) nei pomeriggi dopo le lezioni andavo in quel luogo di gioco con i compagni della scuola media di Via Verneri (quelli della sezione C) per la partita a pallone con gli amici.

Il posto, che era stato creato per far ritrovare nel tempo libero i dipendenti delle Ferrovie dello Stato, era comunque aperto a chiunque ci volesse andare, era quindi normale che ci  fossero ragazzini di altre classi o altre scuole che giocassero alle partite che si organizzavano, e dato che la filosofia del gruppo era che c’era spazio per tutti, almeno fino a ventidue contendenti, si passava subito alla formazione delle squadre nominando due capitani che alternativamente sceglievano i giocatori che più gradivano, ed era in genere al termine di questa fase che a me veniva rivolta la consueta domanda: “Ma tu, perché tieni per il Foggia?”

Il meccanismo era innescato e il classico quesito sarebbe certamente arrivato.

Alcuni di quei compagni, evidentemente i più convinti della loro tecnica o, in altre parole, i più montati, oppure quelli che avevano genitori con migliori capacità di spesa (a volte entrambe le cose), arrivavano al campo con un borsone contenente l’equipaggiamento completo di una squadra di calcio, composto da scarpe da calcio, maglietta, pantaloncini e calzettoni. Il tutto ovviamente con i colori della squadra per la quale tifavano, e tutto questo armamentario per una semplice partita fra amici o conoscenti (altri si accontentavano semplicemente della maglia).

Da rimarcare che in quei primi anni ’70 le maglie da gioco di tutte le squadre erano molto semplici, alcune addirittura spartane. Inoltre, tranne in rari casi – come per i viola della Fiorentina – non era mai presente lo stemma della squadra sul petto, il che non rendeva molto diverse le maglie dell’Inter da quelle dell’Atalanta o quelle del Milan da quelle del Foggia. Il merchandising era ancora molto lontano dall’essere inventato. Le maglie non erano di facilissimo reperimento come lo sono oggi, tanto che alcuni le richiedevano come premio facendo la raccolta punti delle Edizioni Panini di Modena, punti collezionati dalle figurine valide, bisvalide, e pentavalide.

Tornando al campetto, era ormai abitudine che chi poteva ostentasse la propria maglia come un biglietto da visita e lo faceva sempre con i soliti tre accoppiamenti di colore: il bianco-nero della Juve, il nero-azzurro dell’Inter e il rosso-nero del Milan.

Fra tutti questi uno solo indossava il grigio che, quantunque fosse il monocolore della squadra del luogo, non riscuoteva lo stesso successo di quelli che nelle gerarchie del calcio nazionale andavano per la maggiore. Era evidente già allora che le vittorie accumulate dall’Alessandria nel passato (oltre che in quello che a quei tempi era il presente) non accendevano la fantasia di quei giovani, incantati dalla forza e dal prestigio delle squadre metropolitane più titolate.

I due capitani che erano chiamati alla scelta, non conoscendo tutti gli aspiranti giocatori, sceglievano dapprima quelli che erano noti per saper giocar bene, e quando questi si esaurivano cominciavano con quelli che sentivano più vicini per amicizia, e quando anche quel tipo di scelta terminava, fra scegliere uno sconosciuto o l’altro, privilegiavano chi dai colori della maglia poteva possibilmente manifestare la stessa fede calcistica di chi operava la scelta.

Io ero fra quelli che andavano al campetto indossando una maglietta comune, inutile cercare nel 1971 quella del Foggia in un luogo distante 800 Km dallo Zaccheria. In ogni caso per me era del tutto naturale giocare la partita con indumenti anonimi, la maglia era qualcosa che avevo dentro.

Il mio tifo di nicchia, mai ostentato per ovvi motivi, unito al fatto che non fossi ritenuto fra quelli che giocassero meglio, faceva in modo che venissi regolarmente scelto fra gli ultimi, e quando il capitano che ignorava chi fossi valutava se scegliermi o meno, la prima cosa che mi chiedeva era per quale squadra tenessi, e io immancabilmente rispondevo: “Il Foggia!”

Ecco allora vederlo “stranire” e sottopormi alla solita seconda domanda che era solo la conseguenza di quella risposta inaspettata, seguita dall’altrettanto ovvia seconda risposta e dalle considerazioni finali dell’uno e dell’altro:

“Ma tu, perché tieni per il Foggia?”

“Perché sono nato in provincia di Foggia!”

“Allora sei terrone!”

“No, sono foggiano!”

Normalmente il dialogo indirizzava la scelta del capitano verso l’altro aspirante giocatore, ma per me non era certo un problema giocare nell’altra squadra, non era il caso di abiurare per così poco.

Formate le squadre cominciava l’operazione di accatastamento di giubbotti e cappotti a sette passi di distanza un mucchio dall’altro. Queste erano le porte, un sistema empirico che unito al fatto che ovviamente non vi fosse alcuna traversa fra un presunto palo e l’altro, rendeva difficile giudicare se fosse gol o meno nei tanti casi in cui la palla finiva la propria corsa in prossimità del mucchio di indumenti, o non si infilava nella presunta porta “ad altezza ragazzino con le braccia alzate”, facendo cominciare mille discussioni sul considerare rete o meno il tiro controverso. Discussioni che normalmente stabilivano che il tiro era palo o traversa a seconda dei casi, e al terzo “legno” veniva automaticamente riconosciuto gol.

Fra me e i compagni di classe ci si conosceva bene e c’era reciproca comprensione, ognuno poteva tifare per chiunque senza che ciò fosse considerato scandalo. Non era da loro che proveniva l’eterna domanda, era bastato farla la prima volta per stabilire che quella era la mia squadra e che non c’era nulla di così sconvolgente nel tifare per il Foggia.

Sapevano di questa particolarità ed era un fatto ormai assimilato. Ciò non toglie che dovessi subire gli scherni nel malaugurato caso che si verificassero risultati del tipo Inter – Foggia 5-0. Ben presto ho imparato che a tifare Foggia, soprattutto in determinati contesti, non sarebbe mai stato divertirsi ad ogni partita.

Con quegli stessi compagni di classe nelle domeniche che vedevano il turno casalingo dei “grigi” (questo era ed è tuttora il modo di chiamare la compagine alessandrina da parte dei propri tifosi) per vederli giocare ci riunivamo in poco meno di una decina (i più risoluti), e tutti insieme ci facevamo una lunga passeggiata di oltre sei chilometri – fra andata e ritorno – verso il Giuseppe Moccagatta (e qui qualcuno magari sorriderà), così è chiamato lo stadio comunale intitolato all’ex sindaco della città che governò nel terzo decennio del novecento, anni in cui la squadra era una delle principali formazioni del nord Italia e dava giocatori del calibro di Adolfo Balonceri e di Giovanni Ferrari agli azzurri nazionali.

Arrivati allo stadio eravamo soliti appostarci leggermente sparpagliati in prossimità della porta d’ingresso centrale, nella gradinata lunga, di fronte alla tribuna coperta, quello che era il punto di maggior affluenza. L’obiettivo era naturalmente quello di entrare senza pagare il biglietto. D’altra parte le paghette settimanali che i genitori elargivano generalmente erano destinate all’acquisto di gelati, chewing gums, merendine, nonchè delle figurine calciatori, o alle partite al bigliardino, certo non permettevano a dei dodicenni un tipo di esborso tanto elevato, praticamente un lusso a quei giorni. La tattica era la stessa che tanti ragazzini hanno praticato in tutti gli stadi d’Italia: aspettare che a pochi minuti dall’inizio della partita qualche adulto compiacente munito di biglietto mettesse con magnanimità le mani sulle spalle di uno di noi e lo portasse dentro con sè, lasciando intendere agli addetti all’ingresso di accompagnarsi ad un figlio o ad un nipote. Chi controllava gli accessi non è che fosse stupido, ma chiudeva spesso un occhio con il beneplacito delle società che in questo modo facevano una sorta d’investimento per formare futuri tifosi paganti. Così, chi era riuscito nell’intento di entrare, attendeva gli altri fortunati, e quando questo era avvenuto, ci si dirigeva tutti verso la porta difesa dal portiere della squadra ospite perchè si sperava di vedere i gol dei grigi alessandrini in modo ravvicinato, per cambiare poi di campo fra i due tempi (non esistendoci barriere fra i settori), trasferendosi ovviamente dalla parte opposta.

C’erano partite in cui, quantunque lo stadio avesse una capienza limitata, pareva straripare di pubblico. Tutti in piedi fitti fitti sui gradoni, molti di più che negli anni più recenti, ed era usanza di molti seguire oltre che le azioni sul campo dell’Alessandria, lì a pochi metri, anche ciò che avveniva nel grande calcio di serie A e di serie B tramite le piccole radio a transistor (così diffuse in quegli anni) con “Tutto il Calcio Minuto per Minuto”, la trasmissione che rendeva facilmente possibile l’aggiornamento dei risultati a chi aveva “la seconda” squadra del cuore (che per qualcuno magari era la prima), impegnata su ben altri palcoscenici.

Ricordo in particolare un Alessandria – Lecco, nel febbraio del 1971. Urla, esultanza, improperi in dialetto e insulti in italiano, fra i quali quello espresso con una formula magari un tantino intransitiva, comunque efficace, a proposito della serietà messa in dubbio della moglie del direttore di gara (in questo tutto il mondo è paese). Guardai il primo tempo e, finito questo, era usanza che si accendessero le radioline. All’epoca la radiocronaca partiva quando le squadre erano negli spogliatoi. Nell’intervallo fra le due frazioni di gioco, e fino a quel momento, prima che cominciasse la trasmissione radiofonica del buon Roberto Bortoluzzi, nessuno in Italia sapeva cosa stesse succedendo nei campi di calcio, tranne coloro i quali a quelle partite stavano assistendo.

Io, che durante il primo tempo avevo seguito con un certo interesse quello che avveniva sul campo davanti ai miei occhi, da quel momento avvertii il “richiamo della foresta” per quella che era la mia vera squadra del cuore, e non solo un suo locale surrogato, e da quel momento in poi iniziai a far prevalere il senso dell’udito rispetto a quello della vista.

Eravamo nell’intervallo e durante quella pausa, grazie al silenzio dovuto alla calma del momento, attraverso il piccolo apparecchio radio di un signore che assisteva alla partita dal gradone dietro al mio, fu abbastanza agevole l’ascolto dell’annuncio dei risultati dei primi tempi: “A Milano, Milan 0, Foggia 0”. Ne fui rinfrancato. Certo, mancava ancora tutto il secondo tempo, ma intanto non avevamo ancora preso gol, e chissà che con un po’ di fortuna non si sarebbe riusciti a portare via un punto da un campo impossibile come quello di San Siro.

Così pensavo, con la fiducia del ragazzino che pensa sempre che la sua squadra non possa perdere, quando riprese la partita e ricominciò il frastuono. Ce n’era un po’ per tutti, urla contro l’arbitro, improperi per gli ospiti, incitamenti per la squadra di casa. Avessi potuto avrei seguito l’evoluzione della partita del Foggia a Milano, ma l’insieme di tutti quei suoni inopportuni rendeva ormai impossibile l’ascolto della radiolina del signore del gradone dietro, che ormai per me era diventato l’interesse più pregnante del momento, nonostante fosse davvero complicato riuscire ad origliare da un transistor pigiato contro il suo orecchio.

I minuti passavano, ed io che ero rimasto allo 0-0 del primo tempo, cominciavo a domandarmi se il risultato fosse ancora quello o fosse cambiato. Avrei voluto girarmi e chiedere a quel tale se gentilmente mi potesse dire cosa stessero facendo i rossoneri del mio cuore, ma mi balenò la sensazione di fastidio che provai qualche mese prima quando chiesi ad un passante il risultato di un Torino – Foggia, informazione che mi diede accompagnata però da un ghigno e un commento sprezzante contro gli undici di Maestrelli: “Ah, tifi per il Foggia! Che squadra di terroni!” Fosse stato ora, a 62 anni, il commento mi avrebbe fatto un baffo, ma un ragazzino di 12 anni fa fatica a superare certe parole e l’idea di poter riprovare la stessa sgradevole sensazione mi frenò nel chiedere la cortesia, e desistetti pensando che magari sarebbe stato più opportuno chiederlo più avanti.

I minuti passarono e il frastuono incessante rendeva ancora impossibile l’ascolto indiretto di notizie fresche. Mi venne così in mente di usare un artificio, un diversivo con cui potessi arrivare comunque all’informazione che mi stava a cuore senza rischiare commenti razzisti. Pensai che chiedendogli cosa facesse il Milan avrei ottenuto lo stesso il risultato del Foggia senza fargli capire la mia reale fede calcistica. Mi parve una genialata, l’uovo di Colombo, e così feci. Mi girai indietro e chiesi con un filo di voce: “Scusi, cosa fa il Milan?”

Il signore udita la domanda fece un mezzo sorriso, alzò il dito pollice davanti al mio viso e rispose con aria conpiaciuta: “Vince 1-0, ha segnato Rivera su rigore!” Era evidente che pensasse di avermi dato una bella notizia. In realtà mi si gelò il sangue nelle vene dal disappunto.

La notizia era pessima, ma feci buon viso a cattiva sorte e dopo averlo ringraziato tornai a seguire la partita dell’Alessandria al Maccagatta, dove continuava la spettacolare contesa con una altalena di emozioni fino al 3-3 finale, con il Lecco che aveva finito per farsi rimontare dai grigi due gol di vantaggio.

Tante emozioni però non mi distolsero dal pensiero circa le sorti dei satanelli. Sperai che nel frattempo Pirazzini e compagni fossero  miracolosamente riusciti a ribaltare lo svantaggio, proprio come aveva fatto l’Alessandria. Ma mentre ero assorto da questi pensie

“Ma tu, perché tieni per il Foggia?” Questa la domanda che decine di volte mi sono sentito rivolgere al campetto del dopolavoro ferroviario di Alessandria, città nella quale ho vissuto a lungo con la famiglia immigrata da Biccari, paesino della provincia di Foggia, da quando avevo l’età di quattro anni.

Quella domanda ripetitiva e sciocca, come ormai ero convinto che fosse, suonava, a seconda di chi la proferiva, con tono a volte incredulo, altre volte invece quasi schifato, come a dire: “Anche tu, però, con tante squadre importanti che ci sono qui vicino, vai a tenere proprio per quella squadra insignificante?” La superiorità poi traspariva sempre, ne era il minimo comune denominatore, e questa era la cosa strana. In fondo il Foggia giocava nell’élite del calcio nazionale insieme alle altre, avrebbe dovuto godere della stessa considerazione, invece niente, continuavamo ad essere considerati figli di un Dio minore.

Fu proprio in quel 1971 che aprii gli occhi scoprendo amaramente che la stessa scarsa considerazione non si fermava agli amici della partitella, ma era un sentimento che arrivava a ben altri livelli. In quella stagione della vita (che ancora non me ne rendevo conto, ma che successivamente ho capito essere stata l’età della spensieratezza) nei pomeriggi dopo le lezioni andavo in quel luogo di gioco con i compagni della scuola media di Via Verneri (quelli della sezione C) per la partita a pallone con gli amici.

Il posto, che era stato creato per far ritrovare nel tempo libero i dipendenti delle Ferrovie dello Stato, era comunque aperto a chiunque ci volesse andare, era quindi normale che ci  fossero ragazzini di altre classi o altre scuole che giocassero alle partite che si organizzavano, e dato che la filosofia del gruppo era che c’era spazio per tutti, almeno fino a ventidue contendenti, si passava subito alla formazione delle squadre nominando due capitani che alternativamente sceglievano i giocatori che più gradivano, ed era in genere al termine di questa fase che a me veniva rivolta la consueta domanda: “Ma tu, perché tieni per il Foggia?”

Il meccanismo era innescato e il classico quesito sarebbe certamente arrivato.

Alcuni di quei compagni, evidentemente i più convinti della loro tecnica o, in altre parole, i più montati, oppure quelli che avevano genitori con migliori capacità di spesa (a volte entrambe le cose), arrivavano al campo con un borsone contenente l’equipaggiamento completo di una squadra di calcio, composto da scarpe da calcio, maglietta, pantaloncini e calzettoni. Il tutto ovviamente con i colori della squadra per la quale tifavano, e tutto questo armamentario per una semplice partita fra amici o conoscenti (altri si accontentavano semplicemente della maglia).

Da rimarcare che in quei primi anni ’70 le maglie da gioco di tutte le squadre erano molto semplici, alcune addirittura spartane. Inoltre, tranne in rari casi – come per i viola della Fiorentina – non era mai presente lo stemma della squadra sul petto, il che non rendeva molto diverse le maglie dell’Inter da quelle dell’Atalanta o quelle del Milan da quelle del Foggia. Il merchandising era ancora molto lontano dall’essere inventato. Le maglie non erano di facilissimo reperimento come lo sono oggi, tanto che alcuni le richiedevano come premio facendo la raccolta punti delle Edizioni Panini di Modena, punti collezionati dalle figurine valide, bisvalide, e pentavalide.

Tornando al campetto, era ormai abitudine che chi poteva ostentasse la propria maglia come un biglietto da visita e lo faceva sempre con i soliti tre accoppiamenti di colore: il bianco-nero della Juve, il nero-azzurro dell’Inter e il rosso-nero del Milan.

Fra tutti questi uno solo indossava il grigio che, quantunque fosse il monocolore della squadra del luogo, non riscuoteva lo stesso successo di quelli che nelle gerarchie del calcio nazionale andavano per la maggiore. Era evidente già allora che le vittorie accumulate dall’Alessandria nel passato (oltre che in quello che a quei tempi era il presente) non accendevano la fantasia di quei giovani, incantati dalla forza e dal prestigio delle squadre metropolitane più titolate.

I due capitani che erano chiamati alla scelta, non conoscendo tutti gli aspiranti giocatori, sceglievano dapprima quelli che erano noti per saper giocar bene, e quando questi si esaurivano cominciavano con quelli che sentivano più vicini per amicizia, e quando anche quel tipo di scelta terminava, fra scegliere uno sconosciuto o l’altro, privilegiavano chi dai colori della maglia poteva possibilmente manifestare la stessa fede calcistica di chi operava la scelta.

Io ero fra quelli che andavano al campetto indossando una maglietta comune, inutile cercare nel 1971 quella del Foggia in un luogo distante 800 Km dallo Zaccheria. In ogni caso per me era del tutto naturale giocare la partita con indumenti anonimi, la maglia era qualcosa che avevo dentro.

Il mio tifo di nicchia, mai ostentato per ovvi motivi, unito al fatto che non fossi ritenuto fra quelli che giocassero meglio, faceva in modo che venissi regolarmente scelto fra gli ultimi, e quando il capitano che ignorava chi fossi valutava se scegliermi o meno, la prima cosa che mi chiedeva era per quale squadra tenessi, e io immancabilmente rispondevo: “Il Foggia!”

Ecco allora vederlo “stranire” e sottopormi alla solita seconda domanda che era solo la conseguenza di quella risposta inaspettata, seguita dall’altrettanto ovvia seconda risposta e dalle considerazioni finali dell’uno e dell’altro:

“Ma tu, perché tieni per il Foggia?”

“Perché sono nato in provincia di Foggia!”

“Allora sei terrone!”

“No, sono foggiano!”

Normalmente il dialogo indirizzava la scelta del capitano verso l’altro aspirante giocatore, ma per me non era certo un problema giocare nell’altra squadra, non era il caso di abiurare per così poco.

Formate le squadre cominciava l’operazione di accatastamento di giubbotti e cappotti a sette passi di distanza un mucchio dall’altro. Queste erano le porte, un sistema empirico che unito al fatto che ovviamente non vi fosse alcuna traversa fra un presunto palo e l’altro, rendeva difficile giudicare se fosse gol o meno nei tanti casi in cui la palla finiva la propria corsa in prossimità del mucchio di indumenti, o non si infilava nella presunta porta “ad altezza ragazzino con le braccia alzate”, facendo cominciare mille discussioni sul considerare rete o meno il tiro controverso. Discussioni che normalmente stabilivano che il tiro era palo o traversa a seconda dei casi, e al terzo “legno” veniva automaticamente riconosciuto gol.

Fra me e i compagni di classe ci si conosceva bene e c’era reciproca comprensione, ognuno poteva tifare per chiunque senza che ciò fosse considerato scandalo. Non era da loro che proveniva l’eterna domanda, era bastato farla la prima volta per stabilire che quella era la mia squadra e che non c’era nulla di così sconvolgente nel tifare per il Foggia.

Sapevano di questa particolarità ed era un fatto ormai assimilato. Ciò non toglie che dovessi subire gli scherni nel malaugurato caso che si verificassero risultati del tipo Inter – Foggia 5-0. Ben presto ho imparato che a tifare Foggia, soprattutto in determinati contesti, non sarebbe mai stato divertirsi ad ogni partita.

Con quegli stessi compagni di classe nelle domeniche che vedevano il turno casalingo dei “grigi” (questo era ed è tuttora il modo di chiamare la compagine alessandrina da parte dei propri tifosi) per vederli giocare ci riunivamo in poco meno di una decina (i più risoluti), e tutti insieme ci facevamo una lunga passeggiata di oltre sei chilometri – fra andata e ritorno – verso il Giuseppe Moccagatta (e qui qualcuno magari sorriderà), così è chiamato lo stadio comunale intitolato all’ex sindaco della città che governò nel terzo decennio del novecento, anni in cui la squadra era una delle principali formazioni del nord Italia e dava giocatori del calibro di Adolfo Balonceri e di Giovanni Ferrari agli azzurri nazionali.

Arrivati allo stadio eravamo soliti appostarci leggermente sparpagliati in prossimità della porta d’ingresso centrale, nella gradinata lunga, di fronte alla tribuna coperta, quello che era il punto di maggior affluenza. L’obiettivo era naturalmente quello di entrare senza pagare il biglietto. D’altra parte le paghette settimanali che i genitori elargivano generalmente erano destinate all’acquisto di gelati, chewing gums, merendine, nonché delle figurine calciatori, o alle partite al bigliardino, certo non permettevano a dei dodicenni un tipo di esborso tanto elevato, praticamente un lusso a quei giorni. La tattica era la stessa che tanti ragazzini hanno praticato in tutti gli stadi d’Italia: aspettare che a pochi minuti dall’inizio della partita qualche adulto compiacente munito di biglietto mettesse con magnanimità le mani sulle spalle di uno di noi e lo portasse dentro con sè, lasciando intendere agli addetti all’ingresso di accompagnarsi ad un figlio o ad un nipote. Chi controllava gli accessi non è che fosse stupido, ma chiudeva spesso un occhio con il beneplacito delle società che in questo modo facevano una sorta d’investimento per formare futuri tifosi paganti. Così, chi era riuscito nell’intento di entrare, attendeva gli altri fortunati, e quando questo era avvenuto, ci si dirigeva tutti verso la porta difesa dal portiere della squadra ospite perché si sperava di vedere i gol dei grigi alessandrini in modo ravvicinato, per cambiare poi di campo fra i due tempi (non esistendoci barriere fra i settori), trasferendosi ovviamente dalla parte opposta.

C’erano partite in cui, quantunque lo stadio avesse una capienza limitata, pareva straripare di pubblico. Tutti in piedi fitti fitti sui gradoni, molti di più che negli anni più recenti, ed era usanza di molti seguire oltre che le azioni sul campo dell’Alessandria, lì a pochi metri, anche ciò che avveniva nel grande calcio di serie A e di serie B tramite le piccole radio a transistor (così diffuse in quegli anni) con “Tutto il Calcio Minuto per Minuto”, la trasmissione che rendeva facilmente possibile l’aggiornamento dei risultati a chi aveva “la seconda” squadra del cuore (che per qualcuno magari era la prima), impegnata su ben altri palcoscenici.

Ricordo in particolare un Alessandria – Lecco, nel febbraio del 1971. Urla, esultanza, improperi in dialetto e insulti in italiano, fra i quali quello espresso con una formula magari un tantino intransitiva, comunque efficace, a proposito della serietà messa in dubbio della moglie del direttore di gara (in questo tutto il mondo è paese). Guardai il primo tempo e, finito questo, era usanza che si accendessero le radioline. All’epoca la radiocronaca partiva quando le squadre erano negli spogliatoi. Nell’intervallo fra le due frazioni di gioco, e fino a quel momento, prima che cominciasse la trasmissione radiofonica del buon Roberto Bortoluzzi, nessuno in Italia sapeva cosa stesse succedendo nei campi di calcio, tranne coloro i quali a quelle partite stavano assistendo.

Io, che durante il primo tempo avevo seguito con un certo interesse quello che avveniva sul campo davanti ai miei occhi, da quel momento avvertii il “richiamo della foresta” per quella che era la mia vera squadra del cuore, e non solo un suo locale surrogato, e da quel momento in poi iniziai a far prevalere il senso dell’udito rispetto a quello della vista.

Eravamo nell’intervallo e durante quella pausa, grazie al silenzio dovuto alla calma del momento, attraverso il piccolo apparecchio radio di un signore che assisteva alla partita dal gradone dietro al mio, fu abbastanza agevole l’ascolto dell’annuncio dei risultati dei primi tempi: “A Milano, Milan 0, Foggia 0”. Ne fui rinfrancato. Certo, mancava ancora tutto il secondo tempo, ma intanto non avevamo ancora preso gol, e chissà che con un po’ di fortuna non si sarebbe riusciti a portare via un punto da un campo impossibile come quello di San Siro.

Così pensavo, con la fiducia del ragazzino che pensa sempre che la sua squadra non possa perdere, quando riprese la partita e ricominciò il frastuono. Ce n’era un po’ per tutti, urla contro l’arbitro, improperi per gli ospiti, incitamenti per la squadra di casa. Avessi potuto avrei seguito l’evoluzione della partita del Foggia a Milano, ma l’insieme di tutti quei suoni inopportuni rendeva ormai impossibile l’ascolto della radiolina del signore del gradone dietro, che ormai per me era diventato l’interesse più pregnante del momento, nonostante fosse davvero complicato riuscire ad origliare da un transistor pigiato contro il suo orecchio.

I minuti passavano, ed io che ero rimasto allo 0-0 del primo tempo, cominciavo a domandarmi se il risultato fosse ancora quello o fosse cambiato. Avrei voluto girarmi e chiedere a quel tale se gentilmente mi potesse dire cosa stessero facendo i rossoneri del mio cuore, ma mi balenò la sensazione di fastidio che provai qualche mese prima quando chiesi ad un passante il risultato di un Torino – Foggia, informazione che mi diede accompagnata però da un ghigno e un commento sprezzante contro gli undici di Maestrelli: “Ah, tifi per il Foggia! Che squadra di terroni!” Fosse stato ora, a 62 anni, il commento mi avrebbe fatto un baffo, ma un ragazzino di 12 anni fa fatica a superare certe parole e l’idea di poter riprovare la stessa sgradevole sensazione mi frenò nel chiedere la cortesia, e desistetti pensando che magari sarebbe stato più opportuno chiederlo più avanti.

I minuti passarono e il frastuono incessante rendeva ancora impossibile l’ascolto indiretto di notizie fresche. Mi venne così in mente di usare un artificio, un diversivo con cui potessi arrivare comunque all’informazione che mi stava a cuore senza rischiare commenti razzisti. Pensai che chiedendogli cosa facesse il Milan avrei ottenuto lo stesso il risultato del Foggia senza fargli capire la mia reale fede calcistica. Mi parve una genialata, l’uovo di Colombo, e così feci. Mi girai indietro e chiesi con un filo di voce: “Scusi, cosa fa il Milan?”

Il signore udita la domanda fece un mezzo sorriso, alzò il dito pollice davanti al mio viso e rispose con aria compiaciuta: “Vince 1-0, ha segnato Rivera su rigore!” Era evidente che pensasse di avermi dato una bella notizia. In realtà mi si gelò il sangue nelle vene dal disappunto.

La notizia era pessima, ma feci buon viso a cattiva sorte e dopo averlo ringraziato tornai a seguire la partita dell’Alessandria al Maccagatta, dove continuava la spettacolare contesa con una altalena di emozioni fino al 3-3 finale, con il Lecco che aveva finito per farsi rimontare dai grigi due gol di vantaggio.

Tante emozioni però non mi distolsero dal pensiero circa le sorti dei satanelli. Sperai che nel frattempo Pirazzini e compagni fossero miracolosamente riusciti a ribaltare lo svantaggio, proprio come aveva fatto l’Alessandria. Ma mentre ero assorto da questi pensieri mi sentii toccare la spalla con una mano. Mi girai di scatto e vidi quel signore con la radiolina che sorridendomi compiaciuto mi fece il segno dell’ok con le dita. Il Milan aveva raddoppiato con Benetti e aveva vinto, e mentre a me sembrò di prendere un cazzotto nello stomaco quello allontanandosi sembrò dirmi con l’espressione del viso: “Contento eh?”

Certo, contento per davvero…

di Armando Tumolo

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